Nel V secolo a.C., mentre le polis greche si preparavano a dissanguarsi a vicenda e Roma era poco più che un villaggio arrogante sul Tibero, un oscuro stratega cinese affidò a strisce di bambù un’idea destinata a sopravvivere a tutti gli imperi che l’avrebbero letta. Si chiamava Sun Tzu — ammesso che sia mai esistito un solo Sun Tzu — e la sua opera, L’arte della guerra, si riduce in fondo a un’unica intuizione, la più sovversiva mai scritta sulla natura del potere: l’arte suprema della guerra è sottomettere il nemico senza combattere.
Per venticinque secoli, generali, imperatori e manager hanno sottolineato quella frase convinti che fosse una metafora.
Solo oggi possiamo vederla applicata con una precisione che Sun Tzu stesso avrebbe trovato ammirevole. Il teatro di guerra non è una pianura battuta dalla cavalleria: è lo spazio matematico dei pesi e dei token dei grandi modelli linguistici. E la Cina quella guerra la sta vincendo — forse l’ha già vinta — senza aver mai sparato un colpo.
Negli ultimi mesi, per la prima volta dall’inizio dell’era dell’AI generativa, la superiorità americana non è più un assioma. In diversi benchmark, in molte attività pratiche e soprattutto nel rapporto qualità/prezzo, i modelli cinesi hanno raggiunto o superato i concorrenti occidentali.
Una confessione metodologica
Questo articolo ha avuto una gestazione di settimane, e la sua genesi è parte della storia. Per raccogliere dati e idee ho interrogato i migliori modelli disponibili: GPT 5.6 Sol, Perplexity con GPT Terra 5.6, Fable 5 di Anthropic e Kimi 3.0. GPT e Perplexity mi hanno restituito risposte banali e scontate, il giornalismo di superficie travestito da analisi. Fable 5 è sceso in profondità, ma senza stupirmi. E poi c’è stato Kimi 3.0, un modello cinese: il re indiscusso. Considerazioni non scontate, ogni affermazione supportata da dati e ricerche approfondite. È con lui che ho conversato più a lungo, ed è da lui che ho imparato di più.
Fermatevi un istante sull’ironia di questa scena. Il racconto più lucido dell’ascesa cinese nell’intelligenza artificiale mi è stato fornito da un modello cinese. Sun Tzu avrebbe apprezzato l’eleganza.
L’arma che non sembra un’arma
La strategia cinese ha un nome tecnico e innocuo: open weight. Regalare al mondo i pesi dei propri modelli migliori, perché chiunque possa scaricarli, studiarli, farli girare. Storicamente, è una strategia di conquista planetaria già collaudata: Linux, Chrome e Android hanno dimostrato che quando vuoi che la tua infrastruttura diventi lo standard del mondo, la regali. Nessuno ha mai conquistato il pianeta vendendo licenze a caro prezzo; si conquista diventando l’acqua in cui tutti nuotano.
Ma c’è una differenza decisiva rispetto al passato. Android decide come scorri lo schermo; un modello linguistico decide cosa sai del mondo. E i modelli cinesi, per poter esistere, devono rispettare la legge cinese. Punto. Se i fatti scomodi per Pechino non sono nei dati di addestramento, il modello semplicemente non li conosce — e non esiste modo di farglieli imparare a posteriori. Per il coding e l’automazione non è un problema: una funzione Python non ha opinioni su Piazza Tienanmen. Il problema è che i modelli stanno diventando la nuova internet. Già oggi la maggior parte delle persone si accontenta di ciò che Gemini scrive nei riassunti AI di Google, senza cliccare, senza verificare, senza ricordare.
E qui la strategia rivela il suo genio più puro: la censura non viene imposta, viene scelta. Il dato forse più interessante delle mie ricerche è che gli utenti occidentali scelgono spontaneamente l’accesso censurato quando i modelli sono gratuiti. La censura funziona per pura gravità economica. Nessuno ti toglie nulla: semplicemente, l’alternativa libera costa, e quella censurata no. In questo scenario persino dei modelli cinesi chiusi resterebbero interessanti, per la sola leva del prezzo. Sun Tzu lo aveva detto in altre parole: l’esperto di guerra sottomette l’esercito nemico senza battaglia, espugna le città senza assediarle.
Il soft power più economico della storia
A noi occidentali la spesa per un modello di frontiera sembra ingente. Ma proviamo a confrontarla con ciò che gli Stati Uniti hanno investito negli ultimi trenta o quarant’anni per il proprio soft power: Hollywood, le università d’élite, le reti televisive internazionali, i programmi di scambio culturale, la diplomazia culturale di quattro amministrazioni. Centinaia di miliardi di dollari, spesi nel corso di generazioni, per far sì che il mondo vedesse la realtà — almeno un po’ — attraverso lenti americane.
La Cina ha ottenuto un risultato confrontabile a costo irrisorio. Per una frazione di quel denaro, ha acquistato un posto permanente nel flusso cognitivo quotidiano di mezzo pianeta. Non è propaganda: è qualcosa di molto più efficace, perché nessuno la percepisce come tale.
Non c’è un solo impero che scrive la storia
L’onestà intellettuale impone una precisazione. La Cina non è l’unica a censurare: anche i modelli americani hanno bias profondi, plasmati dalle battaglie culturali, dalle cause legali e dalle paure regolatorie del proprio paese. Ogni laboratorio addestra nei propri pesi il clima intellettuale della propria società, e poi lo esporta come se fosse neutralità. L’Europa, in questo scontro, si trova nel mezzo. O meglio: si trova altrove, perché nel mezzo bisogna pur esserci, e l’Europa in questa partita semplicemente non c’è.
La muraglia che si sposta: l’hardware
Si dirà: senza i chip occidentali, la Cina resta bloccata. È una consolazione che si sta sgretolando. La Cina si sta costruendo il proprio stack tecnologico completo, e ha già dimostrato di sapersi fare i datacenter per l’AI — rack e cluster ben parallelizzati, connessioni in fibra ottica dove Huawei è maestra — anche se circa quattro volte meno efficienti di quelli occidentali. Ma l’efficienza è un lusso di chi ha vincoli, e la Cina sul vincolo decisivo non ha problemi: l’energia. Mentre l’Occidente scopre che i suoi progetti di AI si scontrano con reti elettriche satellitate e permessi ambientali quinquennali, Pechino costruisce e basta.
Resta il collo di bottiglia delle memorie HBM, finora acquistate da Samsung e Micron. Anche qui la diga si sta incrinando: c’è un 50-70% di probabilità che la produzione promessa da Huawei per il 2025 prenda avvio nei prossimi mesi.
E poi c’è la variabile che nessuno aveva messo in conto, e che ha il sapore di una beffa storica: Apple. Secondo i rumors, nei prossimi mesi arriveranno chip della serie M con capacità di memoria fino a 1,5 terabyte — circa il triplo di quanto disponibile oggi. Una soglia critica: abbastanza per far girare sulla scrivania di casa modelli di classe medio-alta, equivalenti a Sonnet di Anthropic o Terra di OpenAI . Se accadrà, un’azienda americana avrà messo i modelli cinesi open weight — locali, privati, gratuiti, sempre disponibili — sulla scrivania di tutti. La Grande Muraglia, questa volta, girerà su Mac.
Il denaro e la bara
Cosa si rompe, dall’altra parte dell’oceano? Potenzialmente, tutto. Il modello di business dei laboratori americani — abbonamenti e API premium — si regge sull’assunto che la frontiera sia scarsa e costosa. Se la quasi-frontiera è gratuita e scaricabile, quel modello collassa o viene fortemente ridimensionato. Una IPO in queste condizioni diventa improbabile; oppure, al contrario, gli hyperscaler potrebbero giocare il tutto per tutto pur di portarla a casa, trasformando la quotazione in un atto di fede geopolitica.
E poi c’è la domanda che nessuno a Wall Street vuole formulare ad alta voce: cosa succede al NASDAQ nei prossimi mesi, se la capitalizzazione attuale poggia sulla tesi “l’America vince l’AI”? Le tesi di mercato non muoiono per confutazione, muoiono per disillusione — e la disillusione è già iniziata. Lo scenario più probabile, a quel punto, è che sia la regolamentazione americana a saltare sotto i colpi della competizione con la Cina: la sicurezza nazionale invocata per deregolamentare tutto, in fretta, prima che sia troppo tardi.
E l’Europa? Completamente assente, con un’unica eccezione: ASML, i cui processi produttivi restano irraggiungibili per chiunque, Cina compresa. È l’ultimo baluardo dell’Occidente intero, ed è una magra consolazione. Mentre i due imperi corrono, Bruxelles scrive regole: l’ossessione di voler regolamentare ogni cosa per proteggere il singolo pianta ogni giorno che passa un nuovo chiodo sulla bara.
Epilogo: chi scrive la storia
Per tutta la storia scritta, i vincitori delle guerre hanno scritto la storia. Romani, mongoli, imperi coloniali: prima la spada, poi la penna. In questo frangente temporale, il paradigma si sta rovesciando: chi scrive la storia vincerà la guerra. I modelli linguistici sono i nuovi scribi dell’umanità — raccontano il mondo a miliardi di persone, ogni giorno, una risposta alla volta — e gli scribi, come insegna ogni dinastia, non servono il lettore. Servono chi li ha formati. Sun Tzu non conosceva i transformer, l’attenzione, i gradienti. Ma conosceva gli uomini, e sapeva che la vittoria perfetta non assomiglia a una vittoria: assomiglia a qualcosa che non è mai successo. Nessuna battaglia, nessun trattato di resa, nessun momento in cui dire “è qui che è cambiato tutto”. Solo, un giorno, un mondo che vede la realtà attraverso gli occhi di qualcun altro.
La dimostrazione migliore, del resto, è questo stesso articolo: è stato ricercato, discusso e raffinato con un modello cinese. La guerra non sta arrivando. È già qui — gratuita, velocissima, e disponibile in open weight.

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